Dimenticate la difesa ballerina e le improbabili ammucchiate offensive di Parreira, che si inventò un – fantasioso e poco disposto al sacrificio – quadrato “magico” d’attacco, composto da Adriano, Kakà, Ronaldo e Ronaldinho.
Dunga non smentisce le proprie origini teutoniche: l’approccio alla partita del Brasile formato Sudafrica è lo stesso che ebbe Dunga durante la militanza in Serie A: ordine, aggressività, movimento studiati, provati e riprovati, poco spazio alla fantasia, tanto alla concretezza. E così ci troviamo con una difesa da esportazione, made in Italy, composta da Julio Cesar, Maicon, Lucio e Juan, capaci di difendere, sì, ma capaci anche di andare a segno: già in due occasioni Maicon e Juan hanno sbloccato il risultato. I viaggi solo andata di Roberto Carlos, tanto divertenti, sono solo un ricordo.
A fare da barriera, Gilberto Silva e Felipe Melo (ieri indisponibile, ma difatti titolare). Il primo, a 34 anni, è oramai in parabola discendente, il secondo ha appena disputato un campionato decisamente deludente. Se Dunga ha optato per loro, una ragione c’è: pochi fronzoli e “tanta legna” a centrocampo, e l’inevitabile paragone Melo – Chuck Norris sul web è risultato inevitabile. Se poi, come cerniera tra centrocampo e attacco, ti sostituisco Elano (indisponibile ieri) con Dani Alves, che di fatto è un esterno di difesa, abbiamo un’ulteriore conferma.
Davanti, infine, Dunga ha scelto il centravanti più europeo di tutto il Sudamerica. Luis Fabiano, O’ Fabuloso, non brilla certo per spettacolarità delle giocate. Tanti gol, rapidità d’esecuzione in area e a suo agio sul filo del fuorigioco, ma tutt’altra pasta rispetto alle giocate di Pato e Ronaldinho. Anche loro avranno ripiegato sulle nozze e sull’esame di maturità, come Cassano e Balotelli? Chi ci consolerà? Kakà e Robinho. Già. Kakà, delusione dei tifosi madridisti, il quale si è già beccato tre cartellini gialli (due nella stessa partita) che sembrano esattamente il sintomo di uno stato di forma scadente. E Robinho, rispedito in prestito dal Man City in patria, a gennaio.
La vittoria di ieri sul Cile per 2 a 0 sembra confermare la bontà delle scelte di Dunga. Che sarà mai, il Cile, direte voi. Beh, questo Cile non era da sottovalutare: tanti giocatori europei d’adozione e secondo classificato nel girone sudamericano di qualificazione al mondiale, a un solo punto dal Brasile, con 32 reti segnate (i verdeoro ne misero a segno 34, l’Argentina 23). Rivoluzione difensiva in atto, quindi. Chissà che un po’ di equilibrio non faccia male, e non porti a qualcosa di buono.
S.C., tratto da Giornalettismo.