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Mondiela

Nelson Mandela si è presentato ieri allo stadio alla chiusura del Mondiale di calcio per salutare il pubblico ed ha effettuato un giro di campo, accolto da applausi e dal suono lacerante delle vuvuzelas. E’ stato forse il momento più emozionante dell’intera competizione: più dei gol, dei dribbling, delle prodezze dei fuoriclasse scesi in campo.
Il Mondiale alla fine l’ha vinto il Sudafrica, che ha dimostrato come anche nel continente africano sia possibile organizzare alla perfezione eventi di livello planetario.
Ed il Pallone d’oro (l’ambito premio al miglior calciatore dell’anno) dovrebbe andare proprio a Nelson Mandela, il grande leader africano che con la sua lotta all’apartheid ha permesso la realizzazione di un grande sogno per il suo popolo.

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L’errore degli errori

Il Mondiale l’ha vinto il Sudafrica, per l’organizzazione e la qualità dello spettacolo. A parte le maledettissime vuvuzela, che ci piacciono talmente poco che hanno ormai invaso gli autogrill. E non solo.

A perderlo ci abbiamo pensato noi meschini e gli argentini troppo favoriti per essere anche ‘veri’. L’Uruguay, la mia seconda squadra (il tifo è irrazionale), è stato protagonista di un brutto episodio (il fallo di mano contro il Ghana) ed è stato perciò perseguitato dalle Erinni, con l’Olanda e, poi, con la Germania, con le papere di Muslera e con la punizione del mitico Forlán che si stampa sulla traversa, nel recupero del recupero dei tempi supplementari. Una punizione terribile, any sense.

La finale, non solo per il pulpo, vedeva la Spagna decisamente favorita. Gli olandesi, che sono gente a posto, lo sapevano e avevano anche detto: noi li aspettiamo, quelli là, saremo mica matti. E partiamo in contropiede, eventualmente. Ci abbiamo Sneijder, noi. E Robben. Il primo aveva battuto il secondo in occasione della finale di Champions. Il secondo, tra l’altro, sembra il nonno del primo, ma hanno entrambi 26 anni. E sono talentuosi: Van Lippink li avrebbe tenuti a Rotterdam, per capirci.

Questa volta, insieme, formavano una coppia da manuale del calcio. E lo schema degli olandesi, insomma, ci poteva anche stare, perché gli spagnoli sono famosi per non segnare nemmeno sotto tortura. Nel frattempo, nelle retrovie, ci pensano i difensori e i mediani a picchiare come fabbri. E infatti, a un certo punto, nel secondo tempo, sul risultato di zero a zero, capita per due volte un pallone buono per Robben. Il primo, glielo consegna Sneijder, con un passaggio a tagliare tutto, ma proprio tutto, da centrocampo, come se fosse la cosa più naturale del mondo, disegnare linee e mettere la palla davanti alla porta, sui piedi del proprio compagno.

E Robben si trova così in quella precisa condizione in cui, una volta nella vita, sul campo della scuola o nel torneo di calcetto, ci siamo trovati tutti. Soli davanti al portiere, con una decina, forse anche di più, di metri di corsa. E lì bisogna avere il senso della misura, la freddezza, la costanza. E bisogna averne di più, perché non siamo mica all’oratorio, lì c’è il titolo mondiale a portata di mano.

Era lo schema olandese: li aspettiamo e li prendiamo in contropiede. Di palloni buoni non ne servono tanti, ne basta anche uno soltanto. Poi ci pensano quei duei là davanti, mentre dietro fioccano le ammonizioni. Gli sta bene a quei presuntuosi degli spagnoli, che si permettono anche di lasciar fare a uno come Sneijder.

E così Sneijder libera la corsa del compagno, Robben è veloce, il più veloce che abbiate mai visto, controlla in corsa, fa tutto bene, incontro a lui esce Casillas, ma alla disperata, perché Robben ha una dozzina di soluzioni diverse. Può saltare il portiere a destra o sinistra, perché il difensore che lo insegue è a un metro abbondante di distanza. Puoi fermarsi e fare il pallonetto. Il cucchiaio, perché no? Può cercare il palo più lontano, magari dando un giro al pallone volante che chissà perché deve rovinare ogni edizione dei Mondiali. Può (forse deve) alzare la palla, quel tanto che basta.

E, invece, Robben, che scarta tutto quello che trova da quando è nato, decide che è il caso di tirare: abbozza una finta a due metri dal portiere, lo spiazza, quasi si trattasse di un rigore, tira teso, rasoterra, e sembra tutto preciso. Previsto, calcolato, definitivo. Roba da prepararsi al catenaccio, e magari a un altro gol in contropiede, e poi alla coppa da alzare, tutti insieme, in una vittoria che ribalta i pronostici. E ribalta anche Paul, il polpo che porta anche sfiga (pare sia italiano, guarda caso).

Solo che non va a finire così, perché Casillas, cadendo dalla parte sbagliata, ha la prontezza di alzare la gamba e di intercettare il tiro dell’olandese. Lì si chiudono i Mondiali e poco importa che Robben abbia un’altra palla buona, qualche minuto dopo, in tutto simile alla prima e prima che la Spagna domini i supplementari. E segni, in fuorigioco, la Spagna, ma non importa. L’errore degli errori, quello dell’attaccante, quello da fuoriclasse, quello che decide, nel calcio, più di qualsiasi altra cosa. Più del rigore di Baggio, per dire. Più dell’incertezza del portiere. Più dello svarione difensivo. Il più limpido degli errori, di quelli che decidono di per sé. L’errore, quello vero. E il resto non conta più. Proprio più.

Il resto è Coppa Barcellona, servita nel finale come una crema catalana (non a caso, spunta nel giro di campo finale anche la senyera, la bandiera della ‘nazione’ contestata proprio in queste ore). Poi uno si chiede come mai. Ma la Spagna era il Barcelona, l’Italia era bianconera, tra Udinese e Juventus. La Spagna è prima, l’Italia Iaquinta. Alla fine, è giusto così.

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Cose che resteranno

Una scena che vale una coppa:

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Farsene una ragione

1974 – 2010: Tulipani a confronto

Olanda in finale dei Mondiali: era già capitato nel 1974 e nel 1978. Affinità e differenze tra gli alfieri del calcio totale e Snejider e compagni

Sono passati 32 anni dall’ultima finale del mondiale disputata dagli Orange. Da allora, una vittoria dell’Europeo (1988) e un quarto posto ai Mondiali francesi del 1998. Per il resto, tante, troppe delusioni.

ARGENTINA SPARTIACQUE - Il 1978 ha rappresentato per l’Olanda la fine di un ciclo, segnata dalla mancata qualificazione ai successivi mondiali in Spagna e in Messico. Quel ciclo, però, aveva dell’eccezionale, oltre che per la spettacolarità, per la vera e propria rivoluzione che ha imposto al modo di intendere il gioco del calcio. Fine della specializzazione (estrema) dei ruoli e partecipazione di tutta la squadra sia alla fase offensiva che a quella difensiva – anche il portiere deve essere in grado di “far girare la palla” -, pressing e fuorigioco.

IL GENIO PRESUNTUOSO – “Non è un attaccante, ma fa tanti gol; non è un difensore ma non perde mai un contrasto; non è un regista ma gioca ogni pallone nell’interesse dei compagni”. Così Alfredo Di Stefano descriverà Johan Cruijff, trascinatore dei tulipani al Mondiale del 1974: i suoi movimenti, alla ricerca della posizione in cui poter essere più pericoloso, condizionavano i movimenti di tutti gli altri giocatori, per mantenere inalterato il sistema di gioco attraverso l’intercambiabilità dei ruoli. E così la poco accreditata Olanda, che dal 1938 non prendeva parte a un campionato del mondo, sorprende tutti, diventando Arancia meccanica. Al fianco di Cruijff, il ruvido Neeskens - in cabina di regia – in quell’edizione mise a segno 5 reti, Rensenbrink e Rep, attaccanti dal dribbling facile e dotati di grande velocità, che con la loro duttilità si adattavano perfettamente al calcio totale. Il cammino dei tulipani, dopo aver sconfitto l’Argentina per 4 reti a zero e averne fatte due anche al Brasile campione in carica, incrocia, nella finalissima, i padroni di casa della Germania Ovest, capitanati da Franz Beckenbauer e guidati in attacco da Gerd Muller. Nonostante il gioco spumeggiante olandese, votato all’attacco ma allo stesso tempo in grado di fornire sicurezza difensiva, la concretezza tedesca prevalse: dopo il vantaggio siglato da Neeskens su rigore, Breitner (sempre su rigore) pareggerà i conti, e Gerd Muller segnerà la rete decisiva.

IL CALCIO TOTALE HA FALLITO? - Quattro anni più tardi l’Olanda si presenta ai mondiali priva di Cruijff che, dopo l’Europeo, decide di abbandonare i tulipani. La partenza non è delle migliori, con un pareggio con l’Iran e una sconfitta con la Scozia, ma nonostante ciò gli olandesi approdano al secondo girone eliminatorio con Italia, Germania Ovest e Austria, che vincono garantendosi l’accesso alla finale. Per la seconda volta consecutiva si trovano di fronte i padroni di casa dell’Argentina, e per la seconda volta escono sconfitti (dopo i tempi supplementari) per 3 a 1. La delusione è tanta da mettere in discussione l’idea stessa di calcio totale, bello ma perdente.

AL GIORNO D’OGGI - Come abbiamo detto, seguiranno anni con poche soddisfazioni, soprattutto ai mondiali. Ora la possibilità della grande rivincita. L’Olanda in versione2010 non gioca un calcio spumeggiante, e non gioca nemmeno un calcio totale nella concezione originaria del termine. Anzi, la squadra appare quasi spaccata in due, conRobben Sneijder esentati da compiti difensivi (oltre, ovviamente, al centravanti Van Persie), ma capaci di ripartenze fulminanti, di giocate e combinazioni nello stretto e anche di trovare il gol con facilità. I due trottolini, scartati dalReal Madrid, hanno dimostrato già durante la conclusa stagione sportiva di cosa sono capaci, trovandosi di fronte addirittura in finale di Champions League. E se non ci fossero stati loro, sia per Bayern Monaco che per Inter, non sarebbe stata la stessa cosa. E, per quanto il cammino possa essere sembrato relativamente facile, avendo incontrato Slovacchia eUruguay, gli Orange sono stati capaci di far letteralmente impazzire i brasiliani. L’Olanda è cinica, c’è poco da fare. Finora ha vinto tutte le partite (la Spagna ha perso all’esordio con la Svizzera) e nella fase a eliminazione diretta non è mai andata ai tempi supplementari.Sneijder, insieme a Villa, è capocannoniere del torneo, nonostante non sia una prima punta. All’inizio del mondiale non partiva di certo tra le favorite, ma come possibile outsider (come nel 1974), non incontrerà la Germania e non incontrerà nemmeno i padroni di casa. Si troverà di fronte, però, la generazione di fenomeni.

S.C. anche su Giornalettismo