Archivio delle Categorie: Racconti mondiali

Come vendere un televisore: un racconto sui Mondiali 2010

La cosa bella dei Mondiali è che si vendono televisori. Se ne vendono a pacchi, di televisori quando ci sono i Mondiali e io di lavoro vendo i televisori dell’Euronics. Il mio lavoro lo faccio bene, io mi studio il volantino coi prezzi, le caratteristiche dei modelli, poi memorizzo tutto e quando vieni a chiedermi un televisore, io so venderti il televisore adatto a te. Roba che in pochi sanno fare, e io la faccio.

La mia ragazza si chiama Greta, ha 20 anni e fa l’Università per prendere la laurea. Io la Greta la amo perchè è una brava ragazza, abita vicino a casa mia e da piccolo quando la incontravo non la salutavo nemmeno che avevo paura, anche se avevo tre anni più di lei.

Quando ci sono i Mondiali per vendere i televisori appendiamo le bandierine dell’Italia per tutto l’Euronics, all’ingresso mettiamo uno zerbino di prato verde finto con le righe bianche finte del centrocampo così che un cliente quando entra capisce già che ci sono i Mondiali e gli viene la voglia di prendere il televisore. Io lo aiuto in questa scelta, e lo faccio bene.

La mia ragazza Greta dice che si è messa con me perchè sono un bravo ragazzo di tre anni più grande di lei. La amo. Io vorrei avere un contratto a sei mesi da Euronics per amarla meglio, per prenotare le vacanze ad agosto e non solo un week-end al mare che è comunque bello. Alla Greta piace il mare.

Appena arrivano i nuovi depliant io me li studio tutti. I miei colleghi non lo fanno ma io ci tengo a fare il mio lavoro con precisione, anche se ho un contratto a tre mesi per volta, anche se la nuova polo dei Mondiali che ci hanno dato ha una taglia in meno. Mi hanno detto che sono io che ho una taglia in più, che sono ingrassato ultimamente, che forse ai clienti non piaccio perchè sono grasso ma io lo so che sono meglio degli altri, io i depliant me li studio e so tutte le caratteristiche dei televisori.

La Greta mi dice sempre che sono bello ma io non ci credo. Le dico di sì per non farla arrabbiare perchè poi mi dispiace. Capisco quello che è bello e quello che non lo è, come un televisore, non ci vuole poi tanto. L’importante è saperlo di esserlo, ecco tutto. E sapere poi che anche se un televisore è brutto c’è sempre un cliente per cui è adatto, e questa cosa la puoi sapere solo se leggi con attenzione i depliant dell’Euronics, non tutti lo fanno e non tutti lo capiscono.

Quando l’Italia ha perso i Mondiali è iniziata la crisi. Noi speravamo tutti che l’Italia vincesse i Mondiali perchè così finalmente gli italiani erano contenti e compravano tante cose come le magliette dell’Italia, le vuvuzela dell’Italia, la Gazzetta che parla dell’Italia, i dvd delle partite dell’Italia e i televisori per guardarli. Ma l’Italia ha perso i Mondiali quindi tutto questo non succede ed è brutto dover aspettare ancora quattro anni per immaginare di stare un poco meglio sognando che l’Italia vinca i Mondiali. Le Olimpiadi non valgono niente, da questo punto di vista.

Non tutti capiscono che a volte si può star male. Star male a volte, può far bene, se la persona o la cosa per cui si sta male, capisce questa cosa del fatto che stai male. Se però non se ne accorge nessuno che stai male e nessuno capisce quello che sei diventato col dolore, è un pò come star male per niente, e quindi star male ancora di più, sentire più dolore. Allora mi metto a leggere il depliant pubblicitario dell’Euronics, studio tutti i modelli dei televisori, li memorizzo e appena arriva un cliente gli mostro quanto è bello fare il mio lavoro.

M.C. – anche – per I mondiali come non li avete mai letti

Elenchi per sopravvivere alla Maturità: un racconto sui Mondiali 2006

Il vantaggio di essere stato bocciato quattro anni fa è quello che quest’anno non ho nulla da festeggiare. Non mi piacciono le feste, i regali mi imbarazzano, mi infastidisce stare insieme a tanta gente. Non ho paura degli altri, credo, solo che preferisco stare da solo. La maturità mi toccherà farla l’anno prossimo, questo non ci piove, ma perlomeno quest’anno non sono costretto a gioire della mia promozione e al contempo essere costretto alla felicità da una serie di eventi che mi avrebbero messo a disagio come al dover festeggiare la vittoria dell’Italia ai Mondiali, scendere in piazza a Busto Arsizio (VA) a festeggiare dipinto d’azzuro in faccia con cento trombette nelle orecchie e mille e passa voci che cantano ovunque inni d’Italia canzoni di vittoria e notti magiche dove ragazze hanno le canottiere più belle del mondo e non sono interessate al fatto che tutti qui stiano fissando le loro tette perchè l’Italia ha vinto i Mondiali e anche se ci sono eserciti di canottiere azzurre bagnate di acqua spumante cocacole dove affiorano capezzoli in fondo tutto questo accade solo quando si vincono i Mondiali e quelli dei palazzi attorno alla piazza non urlano di fare silenzio perchè alla vittoria dei Mondiali siamo tutti contenti, anche quelli che spesso rompono i coglioni e almeno questa notte spero che qualcuno faccia finta di amarmi, almeno per un pò.

Programmare l’ultima vacanza da adolescente al mare con gli amici e il divertimento che bisogna cercarlo in ogni cosa nella musica nelle ragazze nei supermercati nei viaggi in treno nelle colazioni negli appartamenti all’ultimo piano nelle insegne luminose dei bar nelle ragazze nella spiaggia e nel sole nel gioco negli incubi nel caldo delle stanze nei costumi da bagno nel mare e nell’orizzonte e nella spiaggia bagnata dal tramonto e nella notte, ancora questa notte, la notte dove qualcuno potrebbe fare finta di amarmi, solo per un pò.

Scegliere l’università scegliere lo zaino giusto la scarpa giusta gli occhiali giusti per farsi vedere meglio provare con precisione il percorso per arrivare in sede tra treno metropolitana tram un pezzo a piedi chissà l’estate che caldo e il freddo d’inverno e il fatto di venire sempre e comunque da fuori, da fuori Milano, da fuori il mondo, da fuori l’universo, da fuori quella notte dove ci sarà qualcuno che mi potrebbe amare, anche solo questa nuova notte, in questo nuovo universo, in questo nuovo mondo e in questa Milano nuova.

Scoprire di essere innamorato della tua migliore amica che dentro te ci sono cose che nemmeno ti aspettavi che nemmeno puoi spiegare che non puoi neppure capire solo guardarle e abituarti all’amore al pane di qualche giorno agli appartamenti sfitti ai contratti a progetto alla televisione all’amicizia perduta alle scale dei condomini alla bicicletta in garage alle puntate agli episodi ai minuti che passano alle vergogne nascoste negli armadi ai bicchieri ai lavandini alle piazze e alle notti dove l’Italia vince i Mondiali e tutti sembrano immersi in un grandissimo intervallo che mi separa dal suono dell’ultima campanella.

M.C. – anche – per I mondiali come non li avete mai letti

Sole sui tetti dei palazzi in costruzione

Faceva strano, molto strano. Io ripensavo a Roberto Baggio, alla Nigeria, alla Spagna, alla Bulgaria. E poi, dai, anche un po’ a Christian Vieri e alla Norvegia, quattro anni dopo.

La palla è per Baggio, e gol di Roberto Baggio […] Roberto Baggio, sembrava tutto finito!

Vieri, Vieri, tiro, sì, grande! Grande Grandissimo! Grandissimo, Vieri!

Io ripensavo a questo, mentre ascoltavo i bambini che giocavano ai mondiali, ieri. Con Iaquinta e Di Natale, certo non doveva essere la stessa cosa.

Anche perché, a voler essere puntuali, quali gol degli azzurri ti racconto all’oratorio, quest’anno?

S.C. – anche – su I mondiali come non li avete mai letti

Quest’anno ho perso: un racconto sui Mondiali 2002

Oggi rimango a letto e aspetto il postino. Non mi alzo, no. Sto a letto, penso a qualcosa, aspetto il postino. Prendo tutte le buste, divido le lettere dalle bollette, magari è arrivata già qualche cartolina. La lettera della scuola la metto sul tavolo, sì, sul tavolo la lascio. Steso sul letto mi fanno compagnia le macchie di umidità sul soffito: mi piace come riescano a trasformarsi in tante figure, sono come delle nuvole sporche che abitano in casa mia. La macchia d’umidità si trasforma nel suono di un campanello, è arrivato il postino.

Prendo tutte le buste, divido le lettere dalle bollette, nessuna cartolina. La lettera della scuola la metto sul tavolo, la lascio lì. Ho perso, quest’anno ho perso. Se la lettera è arrivata vuol dire che ho perso. Non è bastato studiare tutti i pomeriggi negli ultimi due mesi, evidentemente no. Come faccio a dirlo ai miei? Non è bastato nemmeno fare sempre i compiti, evitare ogni tipo di assenza, non parlare mai col vicino di banco. Non è bastato e in fondo era meglio che continuavo a non fare niente, almeno questi ultimi due mesi mi sarei divertito un poco di più. Non mi è mai piaciuto studiare quando fuori dalle finestre ci sono il sole e le cose belle della primavera, eppure l’ho fatto, per due mesi, due mesi di primavera. Non è servito a niente.

Colpa dei professori, comunque. Quella di Lettere che pensa di sapere più cose di me, o quella di Inglese che non capisce proprio che la sua materia non mi piace. Colpa dei professori, anche di quello di Storia dell’Arte che non è capace di insegnare, di quello di Greco e Latino che è bravo ma delle sue materie non me ne frega niente. Quella di Ed. Fisica ce l’ha su con me perchè non porto mai il cambio e quello di Matematica perchè cerca di farmi capire cose che non capirei. Colpa dei professori, comunque.

Per oggi la lettera me la metto in tasca, il tavolo sarà più adatto domani, spero. Oggi pomeriggio gioca l’Italia contro la Corea e spero che perda. Almeno oggi, sarei contento di non perdere solo io, che qualcuno mi facesse compagnia. La partita non la guardo, esco a fare un giro in bicicletta. Il mio paese visto dalla bicicletta è una lunga striscia di cancelli e incroci, numerosi intervalli di siepi o di staccionate che dividono in tante piccole parti i prati delle case, i cani che ci stanno dentro e i bambini che giocano. C’è anche una rotonda, al mio paese visto dalla bicicletta, e una serie interminabile di porte di case, campanelli, buche delle lettere dove tante scuole possono inviare lettere per bocciare tutti i ragazzi del mio paese.

Mentre la lettera è ancora nella tasca destra dei miei pantaloni, mi dirigo verso casa. I miei genitori sono tornati e l’Italia ha perso contro la Corea. Sono contento. La colpa dicono sia stata dell’arbitro Moreno che ha arbitrato di merda. Molto probabilmente è vero, arbitri e professori devono appartenere alla stessa famiglia. A tavola mentre mangiamo guardiamo la tv. Tutto bene, dico ai miei genitori, tutto bene oggi pomeriggio. Al telegiornale parlano della partita e da quel poco che vedo l’arbitro Moreno non era capace, ma l’Italia ha giocato veramente di merda.

Finisco di mangiare la carne e capisco che in fondo io e l’Italia siamo uguali. Ci piace dare le colpe agli altri prima di guardare le nostre, di colpe. Io e l’Italia siamo uguali perchè abbiamo perso tutti e due quest’anno e perchè la colpa, prima che nostra, è di un arbitro o di un professore.

Domani credo che sia il momento di mettere la lettera sul tavolo.

M.C. – anche – per I mondiali come non li avete mai letti

Qualcosa di importante da dire: un racconto sui Mondiali 1998

Quando vai alle medie la cosa fondamentale è avere qualcosa di importante da dire all’intervallo. L’ho imparato in poco tempo questo. Una cosa importante da dire ad esempio da martedì a venerdì è l’ultima puntata di Dragonball, oppure il lunedì è meglio parlare del sabato notte passato con Playboy Late Night. Per trovare sempre argomenti nuovi bisogna imparare a guardare le cose.

Le cose più importanti da guardare quando vai alle medie sono la televisione e le tette delle tue compagne che crescono sotto i maglioni. Ciò è importante per avere qualcosa da dire all’intervallo quando non c’è nessun professore a riempire il nostro tempo e non basta mangiare la Fiesta per avere la sensazione di aver fatto qualcosa.

Alle medie del mio paese la scuola finisce come un giorno normale. Non facciamo le feste come nei film, andiamo solo a scuola, facciamo lezione, all’intervallo parliamo dei peli sotto le ascelle delle ragazze e poi andiamo a casa pensando che siccome la scuola è finita, fino a settembre non ci saranno più intervalli per raccontarci le cose che guardiamo. In estate si sta zitti. Si fissano le cose, i particolari delle cose, i cambiamenti delle cose, mettendo tutto da parte per il prossimo, lontanissimo, intervallo.

Questa è l’estate dei Mondiali. Avrei voluto almeno un po’ di intervallo quest’estate, giusto perchè potevamo avere un argomento in più oltre a Dragonball e agli assorbenti delle ragazze. Avremmo potuto magari parlare un po’ di più, magari trascinare il discorso anche per tutto il corridoio fino alla classe, pensa che bello. Pensa che bello parlare insieme dell’Italia dei Mondiali, di Alessandro Del Piero, dei gol e delle parate, pensa che bello. È per questo che è importante guardare tutte le partite, perchè se riesco a ricordarmele, quelle partite saranno l’argomento preferito degli intervalli della scuola media, tutti mi dovranno ascoltare quando racconto le partite, magari smetteranno anche di mangiare la Fiesta.

Quando l’Italia ha perso, tutti hanno smesso di tifare l’Italia. Dei Mondiali non gliene fregava più niente a nessuno. Mio padre mi ha regalato allora il videogioco dei Mondiali e io a settembre ho vinto i Mondiali con la squadra dell’Italia, ma non era la stessa cosa. A nessuno gliene fregava se l’Italia del videogioco aveva vinto i Mondiali, perchè la coppa era finta, la partita era finta e i calciatori erano finti che sembravano dei manichini, e quando l’Italia del videogioco ha vinto i Mondiali solo io ero un po’ contento, nessuno del condominio ha urlato sul balcone, le macchine in strada non suonavano il clacson, anche mio padre ha continuato a guardare il telegiornale. A nessuno gliene frega niente se l’Italia ha vinto i Mondiali all’interno di un cd inserito nel mio computer, che si trova nella mia cameretta al terzo piano di un condominio di Solbiate Olona (VA).

Per questo quando ho raccontato all’intervallo che l’Italia aveva vinto i Mondiali di calcio 1998 sul mio computer e non in Francia, i miei compagni di classe hanno continuato a mangiare la Fiesta. Luca ha finito di masticare e ha detto che al posto di Dragonball da quest’anno su Italia 1 facevano i Simpson.

M.C. – anche – per I mondiali come non li avete mai letti

Edgware Road, W1, Londra, Algeria

Non fa poi così freddo per essere il 18 novembre. Ci sarà la corrente del golfo. Posso scendere due fermate di autobus prima e passare dal mio spacciatore preferito di falafel, quello che mi ha fatto mettere su quattro chili in tre mesi. Edgware road, W1, Londra, cluster arabo, cucina libanese, banche sharia, profumo di shisha, Al-Ahramal-Akhbar in tutte le edicole prima del Guardian e del Times.

Il casino lo sento ancora prima di avvicinarmi al Marylebone Flyover, un misto di rombo di auto, tante auto, clacson, gente che corre e grida. A Londra non è quasi mai un buon segno la combinazione ingorgo-gente-grida, soprattutto visto che qui a due passi c’è la stazione di polizia di Paddington Green, quella dove vengono portati tutti i sospetti di terrorismo,  quella con il segnale radio talmente potente che nel vicinato le antenne tv funzionano solo come poggioli per cornacchie e colombe.

Prima sento il rumore e poi lo vedo, l’ingorgo di auto, gli incroci bloccati, i semafori diventati inutili, le facce in strada, i sorrisi, i cori, i capelli neri, le bandiere, verde bianco e qualcosa di rosso che non capisco cos’è. Qualche faccia inglese incuriosita e condiscendente si sporge dalle porte aperte dei pub, pinte di birra e maniche corte. Molti poliziotti, etnie miste, senza nervosismo.

E’ una festa questo sì, ma cosa? Non si capisce. Cerco di ricordarmi se per caso è Eid, ma è troppo tardi, Ramadan è finito a settembre. Il secondo Eid? troppo presto. E allora? Sport, è una cosa di sport, sicuro. Che sport praticano gli arabi di Edgware road che hanno un bandiera bianca verde e con qualcosa di rosso? Mi viene in mente il Cricket. Un’idiozia di idea. Mi riprometto di controllare su wikipedia appena a casa se il 18 novembre si conclude qualche torneo di cricket, Ashes forse.
Quando arrivo dal libanese che mi ha messo all’ingrasso con i suoi falafel appena fritti, tahini e cetrioli sottaceto, lo trovo sulla porta che guarda fuori in strada e scuote la testa ridendo.

“Che cosa succede, che festa è?” chiedo.
In due si voltano e stringendosi nelle spalle “Hanno vinto i mondiali di calcio!”

Come? COSA? CHI? Quali mondiali? Questi sono pazzi. Esco con la mia cena in un sacchetto. Faccio qualche foto sbilenca con il cellulare. Non si sa mai.

E’ solo dopo, quando tornata a casa, di fronte alla pagina della BBC e con i falafel in bocca che capisco cosa è successo: l’Algeria ha battuto l’Egitto, nemico calcistico di sempre, qualificandosi per i Mondiali 2010 in Sudafrica. Questi mondiali. Non succedeva dal 1986 e nel 1982 aveva stupito il mondo battendo la Germania (allora solo quella occidentale) 2 a 1, per poi scomparire o quasi dalle competizioni internazionali.

Adesso c’è. A questi Mondiali non sta andando benissimo l’Algeria. Dopodomani gioca contro l’Inghilterra. Non faccio previsioni. Non le so fare.

Ma penso ai marciapiedi di Edgware road, ai suoi pub, isole di englishness in un mare arabo di kebab e shishe. E penso che il 18 novembre 2009 l’Algeria ha davvero vinto i mondiali. Le facce sorridenti che cantavano per strada erano pari pari quelle che ho visto cantare per le stesse strade il 9 luglio 2006. Giuro. Le stesse.

E.B. – anche – per I mondiali come non li avete mai letti.

Mio cugino Roberto Baggio: un racconto sui Mondiali 1994

Roberto Baggio è mio cugino. Ho sette anni, i capelli corti, frequento la Scuola Elementare di Solbiate Olona (VA). Mi chiamo Paolo. Roberto Baggio ha trentadue anni, i capelli con il codino di Roberto Baggio, frequenta la squadra di calcio dell’Italia.

Quest’anno la scuola è andata bene. La mamma è stata contenta, mia nonna mi ha dato diecimila lire di regalo. Non ho ancora deciso cosa comprarmi. Quest’anno ci sono i Mondiali, i Mondiali mi piacciono. A me il calcio non mi piace perchè non mi decido mai quale squadra tifare, mentre i Mondiali mi piacciono perchè siccome sono italiano posso tifare solo l’Italia.

Nella squadra italiana dei Mondiali di Calcio del 1994, gioca mio cugino Roberto Baggio. Mio cugino Roberto Baggio in realtà non è proprio mio cugino, diciamo che è il calciatore preferito di mia nonna e quindi pensa che sia suo nipote. Mia nonna nel portafoglio ha le foto di suo marito morto, di mio padre da bambino, di me appena nato e di mio cugino Roberto Baggio.

In realtà non è una fotografia ma una figurina di mio cugino Roberto Baggio che le ho regalato io perchè ce l’avevo doppia nell’album di figurine del mondiale che ti dà il benzinaio. Io volevo che mia mamma facesse sempre la benzina solo per avere le figurine, e completare l’album degli Azzurri e non vedevo l’ora che si accendesse la luce della benzina per poter aprire un altro pacchetto di figurine.

Mia nonna nel portafoglio ha le foto di suo marito morto, di mio padre da bambino, di me appena nato e di mio cugino Roberto Baggio. Siccome la fotografia di mio cugino Roberto Baggio non ci stava nel portafoglio ha addirittura tolto l’immaginetta della Madonna di Loreto. Dice, mia nonna, che i parenti sono più importanti dei santi, e Roberto Baggio è come se fosse mio cugino perchè è il  suo calciatore preferito.

Il giorno della finale dei Mondiali con l’Italia contro il Brasile, abbiamo portato il televisore in cortile. Il cortile non è il posto del televisore, ma i Mondiali fanno fare queste cose. Ci siamo seduti sulle sedie e abbiamo guardato la partita dell’Italia che ha perso. Quando l’Italia ha perso eravamo tutti un poco tristi, ma mia nonna un po’ più triste degli altri perchè mio cugino Roberto Baggio aveva sbagliato un rigore. Sono andato da mia nonna, le ho detto di non essere triste che mio cugino Roberto Baggio avrebbe fatto altri gol ad altri portieri e ad altre partite ma li faceva sempre per noi due che eravamo suoi parenti.

Lei mi ha risposto che era colpa sua se mio cugino Roberto Baggio aveva sbagliato il rigore, perchè prima che doveva tirare il calcio alla palla, lei ha tirato fuori il portafoglio per prendere l’immaginetta della Madonna di Loreto e pregarla che il suo nipote facesse il gol, ma al posto dell’immaginetta c’era la figurina di mio cugino Roberto Baggio. Dice, mia nonna, che mica poteva pregare Roberto Baggio per far segnare Roberto Baggio, che mica valeva come cosa.

Magari funzionava, dico io.

M.C. – anche – per I mondiali come non li avete mai letti